Le hai ricevute mille volte: quel piccolo riquadro che compare in alto sullo schermo del computer o tra le notifiche del telefono, con il titolo di un articolo, un'offerta, un promemoria. Se arrivava da un sito web e non da un'app, era una web push notification. In questa guida smontiamo il meccanismo pezzo per pezzo: cosa sono, come viaggiano, cosa serve per inviarle e cosa c'è di vero (e di falso) nei luoghi comuni che le riguardano.
La definizione, senza giri di parole
Una web push notification è un messaggio che un sito web invia al browser di una persona che ha dato il proprio consenso esplicito, e che arriva anche quando il sito è chiuso. Niente app da installare, niente numero di telefono, niente indirizzo email: il canale è il browser stesso, su desktop come su mobile.
Le tre proprietà che la definiscono:
- Opt-in esplicito: nessuno può inviarti web push se non hai cliccato "Consenti" sulla richiesta del browser. È il canale di marketing con il consenso più netto che esista.
- Consegna fuori dal sito: il messaggio arriva sul dispositivo, non su una pagina. Chi lo riceve non deve essere sul tuo sito, né averlo aperto di recente.
- Revoca unilaterale: l'utente può disattivare tutto in ogni momento dalle impostazioni del browser, senza chiedere niente a nessuno.
Come funziona: il viaggio di una notifica
Dietro la semplicità apparente c'è una catena a quattro attori, ed è utile conoscerla perché spiega quasi tutti i comportamenti "strani" delle push.
1. Il sito chiede, il browser custodisce. Quando accetti le notifiche su un sito, il browser genera una "iscrizione push": un indirizzo di recapito unico e cifrato, legato a quel sito su quel browser di quel dispositivo. Nessun dato personale: né nome, né email. Per questo si parla di identificatori pseudonimi.
2. Il service worker si mette in ascolto. Il sito installa nel browser un piccolo file JavaScript, il service worker, che è l'unico componente autorizzato a ricevere le push e mostrarle. Vive nel browser, dorme quando non serve, e si sveglia quando arriva un messaggio, anche a sito chiuso.
3. Il push service del browser fa il postino. Ogni produttore di browser gestisce un servizio di recapito (Google per Chrome, Mozilla per Firefox, Apple per Safari). Quando un sito invia una notifica, questa passa dal push service, che la inoltra al dispositivo giusto appena è online. Se il dispositivo è spento, il messaggio attende, entro un tempo di scadenza chiamato TTL.
4. La piattaforma orchestra. In teoria un sito potrebbe parlare direttamente coi push service; in pratica servono chiavi crittografiche, gestione degli iscritti, segmentazione, statistiche e tanta idraulica. È il lavoro delle piattaforme come Natom: il sito installa uno snippet, e la piattaforma gestisce iscrizioni, invii, audience e numeri.
Cosa può contenere una notifica
L'anatomia standard: un titolo (il ~90% del lavoro lo fa lui), un testo breve, un'icona (di solito il logo del sito), un'immagine grande opzionale, e l'URL di destinazione che si apre al click. Su questo scheletro si giocano le differenze tra una push che viene cliccata e una che viene ignorata: ne parliamo nella guida ai titoli che fanno cliccare.
Dove funzionano (e il caso iPhone)
Su desktop (Windows, macOS, Linux) le web push funzionano su tutti i browser principali: Chrome, Firefox, Edge, Opera e Safari. Su Android idem, con l'esperienza più completa. Il caso particolare è iOS: Apple supporta le web push solo per i siti aggiunti alla schermata Home come web app. Tradotto: su iPhone il canale esiste ma la copertura reale è bassa, ed è un limite identico per qualunque piattaforma, chiunque vi dica il contrario. Il quadro completo browser per browser è qui.
Le web push sono legali? GDPR e consenso
Sì, e sono tra i canali più puliti dal punto di vista normativo, per come funziona il meccanismo stesso:
- il consenso è esplicito, preventivo e granulare (il click su "Consenti" del browser);
- non vengono raccolti dati personali diretti: l'identificatore è un token tecnico pseudonimo;
- la revoca è nelle mani dell'utente, in ogni momento, dalle impostazioni del browser.
Restano due doveri per chi le usa: menzionare le push nella propria privacy policy e non abusare del canale. L'approfondimento è nella nostra guida su web push e GDPR.
I tre miti da sfatare
"Le push sono spam." Lo spam è posta non richiesta; le push arrivano solo a chi ha cliccato "Consenti". Possono diventare moleste se si esagera con la frequenza o si spara tutto a tutti, ma quello è cattivo uso del canale, non il canale: la soluzione si chiama segmentazione.
"Tanto nessuno le accetta." I tassi di iscrizione dipendono quasi interamente da come si chiede. La richiesta nativa sparata all'atterraggio viene rifiutata in massa; un popup personalizzato mostrato al momento giusto converte molte volte tanto.
"Si possono comprare/importare liste di iscritti." Tecnicamente impossibile, ed è una garanzia: ogni iscrizione è legata crittograficamente al sito che l'ha raccolta. La tua audience push è tua per definizione e nessuno può vendertene una.
Perché ha senso, in una frase
Ogni altro canale di ritorno ha un pedaggio: i social hanno l'algoritmo, l'email ha lo spam filter e l'open rate in caduta, le app hanno il costo di installazione. Le web push sono l'unico canale in cui, tra te e il lettore che ha scelto di seguirti, non c'è nessuno in mezzo.
Se vuoi provarle sul tuo sito, il setup richiede una decina di minuti: la guida pratica per WordPress è qui, e per gli altri stack c'è la documentazione.